Ombra Seduttrice

Un nostro amico ci ha inviato questo bellissimo racconto con protagonista Lilian e Stefano. Il genere è quello del fantasy con forti influenze fetish e BDSM. L’autore è Azaren e potete contattarlo a questo indirizzo email: [email protected]

Incastonato in un intreccio di braccia verdeggianti, giace un borgo pittoresco. I colori dell’etere si rincorrono su ciascuna parete, bagnati dai raggi dell’astro celeste.

Tuttavia, anche il più lussuoso degli affreschi può celare un vile segreto.

Le nubi si rincorrevano nell’infinito etere, bagnato dai candidi raggi dell’astro celeste. Sebbene la radiosa stella vibrasse di vita, diversamente si poté dire per il villaggio sottostante.
Cullato da braccia verdeggianti, l’insediamento si mostrò tutt’altro che vigoroso. Un’ombra malinconica aleggiava sui tetti degli edifici, dilagando tra le strade deserte.
Poi, il rumore degli zoccoli spezzò la quiete assordante.
Uno stallone entrò in scena, montato da una figura robusta e avvolta in un mantello grigio. La luce solare ne accarezzò le guance rasate; colonnine di peli si ersero ai lati della bocca, congiungendo mento e baffi.
Lo straniero gettò fugaci occhiate alle abitazioni, nella speranza di scorgere qualcuno. Vide una bambina dalle lunghe trecce bionde giocare sul pianerottolo di casa insieme alla propria bambola di pezza. Le sorrise, felice d’aver trovato un po’ di vitalità in quel luogo lugubre.
Incrociando lo sguardo dell’estraneo, la fanciulla impallidì, voltandosi e correndo velocemente dentro casa.
L’uomo proseguì imperterrito, grattando la folta peluria sul mento.
L’espressione terrorizzata sul viso della bambina lo portò a chiedersi se le voci su quel villaggio fossero vere.
Spronò il cavallo ad imboccare un sentiero di ciottoli lì vicino, seguendolo e sfociando in una taverna di medie dimensioni. La porta aperta suggerì vi fosse sicuramente qualcuno all’interno.
L’uomo tirò le redini e smontò dal destriero, accompagnandolo vicino alla staccionata, alla quale lo legò saldamente. Accarezzandone la testa, gli sussurrò sarebbe tornato presto. Lo stallone nitrì in risposta.
Prima di entrare, l’uomo indugiò qualche istante sull’insegna. Il legno si presentò avvizzito e bucherellato, segnato da un’accozzaglia di linee bianche. Uno sguardo più attento gli rivelò fosse ciò che restava del nome della locanda, consumato da uno spesso strato di polvere.
Un brivido percorse la schiena dell’uomo quando la brezza gelida gli solleticò la pelle. Della segatura gli piovve addosso.
Stette per lasciare quel luogo, quando scorse la luce di alcune lanterne provenire dall’interno. Risoluto, non esitò a varcare la soglia.
Il cigolio del legno accompagnò i suoi passi come una melodia spettrale. Notò un grande lampadario appeso al soffitto, impolverato come qualunque altro mobile presente nella poco spaziosa sala. Le ragnatele, sparse qua e là, suggerivano che gli unici presenti non fossero bipedi.
Eppure, dal fondo qualcosa si mosse, laddove l’uomo individuò un bancone ad arco illuminato dalla fioca luce delle candele.
«Chi va la?,» giunse la voce roca di un maschio.
«Un cliente, messere,» rispose lo straniero.
Due braccia pelose spuntarono sul bancone. «E cosa la porterebbe in questo luogo dimenticato da Dio?»
Non aveva tutti i torti. Persino lì, in quella stanza piena di fuliggine, si respirava un’aria glaciale.
Lo straniero sospirò, e decise di non aver altra scelta che rivelarsi. Abbassando il cappuccio, sfoggiò una frangia mora, spettinata in avanti e leggermente brizzolata.
«Le sparizioni.»
L’oste si sporse dal bancone, riducendo i piccoli occhi in fessure. La barba avorio, incolta, e l’aspetto trasandato, riflettevano il completo abbandono del suo stesso locale.
«Chi la manda a Borgocereo?»
Lo straniero assunse un’espressione perplessa. «Cereo? Credevo si chiamasse—»
«Non si chiama più in quel modo da anni,» lo interruppe seccamente. L’oste frugò sotto il bancone, impugnando una carabina e puntandola sull’uomo. «Lo ripeterò un’ultima volta: chi la manda a Borgocereo?»
Avrebbe voluto non rivelare la sua identità, ma quale altra alternativa aveva se non ritrovarsi una pallottola tra gli occhi?
«La capitale. Metta giù il fucile, buonuomo. Desidero solo aiutarla.»
L’oste sputò a terra, ma abbassò l’arma. «La capitale, eh? E dov’eravate quando mio il mio primogenito è stato rapito? Dov’eravate quando mia sorella è stata inghiottita dalla terra? E ogni anno, quando puntualmente altre persone sono svanite?,» il suo tono aspro crebbe d’intensità. «E ora che un cane dello stato sparisce in circostanze misteriose, ecco che arriva lei! Mi vuol far credere ve ne importi qualcosa?! SE NE VADA!»
Quelle parole non gli piacquero affatto, e mosse le labbra per controbattere, ma si trattenne. Cos’altro poteva dire? Un bel nulla.
La capitale aveva taciuto sul caso Borgocereo, anche quando le sparizioni si ripetevano a cadenza annuale, nella notte del trentuno Ottobre.
Nelle ultime settimane, però, un membro della Santa Inquisizione era svanito nel nulla. L’ultimo rapporto, riguardava la foresta intorno a quel villaggio.
E anche se quell’uomo non avesse lasciato la presa sulla carabina, lo straniero non si lasciò scoraggiare dal messaggio intimidatorio.
«Molto bene. Vorrà dire che ci berrò su,» rispose, avanzando verso il bancone. «Ha della tequila? Si gela qui,» chiese, battendo i denti e sfregandosi le mani.
Quella richiesta parve far breccia nella rigidezza dell’Oste. Uno scintillio fece eco nei suoi occhi gelidi. «Si accomodi,» affermò indicando uno sgabello.
L’altro maschio chinò il capo in segno di ringraziamento, prendendo posto. Poggiò i gomiti sul bancone e, nel farlo, scoprì il braccio sinistro.
Gli occhi dell’oste si spalancarono. «Capisco …,» mormorò.
L’uomo sapeva cosa avesse causato quella reazione. «Vedo che conosce il significato di questo tatuaggio.»
«Già,» rispose l’oste prendendo una bottiglia impolverata dallo scaffale. «Non è la prima volta che vedo un cacciatore di streghe. Qual è il suo nome?»
Il diretto interessato attese che l’uomo versasse la tequila nel bicchiere. Poi rispose. «Stefano.»
«Stefano, eh?,» ripeté l’Oste. «Singolare. Chissà se siete così speciale come vi definite voi benandanti.»
Udendo quel termine, Stefano strinse i pugni. «Non mi paragoni a quegli eretici. Rispondo solo alla chiesa, ed a nostro signore attraverso questa.»
L’uomo sbuffò, gesticolando come se volesse allontanare qualcosa nell’aria.
«Lei non crede, messere?,» domandò Stefano, cercando d’assumere un tono quanto più neutrale possibile. Non voleva rischiare di offendere il suo unico testimone oculare.
«No, come potrei mai? Si guardi intorno! Dio è morto in queste strade.»
Non serviva la santa inquisizione per accorgersi che qualcosa non andasse in quel villaggio. Tuttavia Stefano sorrise. «Anche nei momenti più bui è possibile trovare la Luce.»
L’Oste si sporse verso di lui, travolgendolo col suo alito mortifero. «Allora sono cieco,» disse con un misto di rabbia e disprezzo.
Stefano non volle approfondire l’argomento e dirottò il discorso su un altro fronte. «Desidero capire cosa sia accaduto in questo posto. Solo così potrò evitare che altri innocenti vengano portati via.»
L’accurata scelta delle parole parve sortire l’effetto sperato sull’omone, che annuì compiaciuto. «Se la mette così …» Fece il giro, prendendo posto accanto a lui.
«Deve sapere che la storia del nostro villaggio si radica in epoca recente. Vent’anni fa, una piaga decimò i nostri raccolti e, nella stagione più fredda, lasciammo la nostra terra natia per trovarne una più florida. Molti morirono, ma altri sopravvissero. Vagammo per mesi, cibandoci di ciò che la natura del luogo aveva da offrire. Finché …,» esitò, distogliendo lo sguardo.
Stefano non osò incitarlo a continuare. Evidentemente, qualcosa di sgradevole era emerso nei ricordi dell’uomo. Dunque attese che trovasse la forza di continuare.
La sua decisione si rivelò assai saggia.
Una manciata di minuti più tardi, l’Oste riprese il discorso come se nulla fosse.
«Un giorno, logorato dal viaggio, mi accasciai al tronco di un albero. Era il mio turno d’esplorazione, e Charlie, il mio primogenito, si offrì di svolgerlo al posto mio. Acconsentii, pronunciando le parole che ciascun padre raccomanda al proprio figlio.» Sorrise, portando una mano al petto. «E riuscì laddove per mesi ciascuno di noi fallì. Trovò una radura verdeggiante a nord, immersa in un vasto manto di faggi. C’era abbastanza legna per stabilirci e fondare la nostra nuova casa. Lavorammo incessantemente per altri sei mesi, giorno e notte. Alla fine, il frutto del duro lavoro sorse davanti ai noi. Battezzammo quell’opera agli occhi dell’astro celeste, donandovi il nome di Borgodoro.»
Stefano annuì. Era già al corrente di quella storia, ma non dei preziosi dettagli stilati dall’Oste.
«Alcuni giorni dopo, Charlie sparì. Girai il villaggio in lungo e in largo, chiedendo a chiunque, ma nessuno sapeva dove si trovasse. Dopo la morte di mia moglie, Charlie e Carol erano le uniche cose che mi fossero rimaste. Affidai Carol a mia sorella, e partii alla volta della foresta. Se c’era un luogo dove poteva trovarsi, beh era proprio lì!,» lo disse con convinzione, quasi come se il suo interlocutore dubitasse di quella storia.
«Dopotutto, era solo una foresta!,» esclamò in tono sarcastico.
In quel momento, un vento silenzioso soffiò nella sala. Le lanterne dondolarono e il fuoco sulle candele si estinse. L’uomo guardò la scena con fare superstizioso.
«Beh, mi sbagliavo,» aggiunse frettolosamente, quasi a voler smentire l’affermazione precedente.
Spostando nuovamente l’attenzione sullo straniero, proseguì: «C’era qualcosa di oscuro tra quegli alberi! Ho visto un’ombra … l’ombra di un ragazzo, che mi sussurrava … quella voce aveva solo un volto nella mia mente … e apparteneva a mio figlio.»
Stefano spalancò le palpebre. Stando al racconto, credette che Charlie fosse morto, ma quella rivelazione ruppe le sue convinzioni.
«Lui … mi stava chiamando …e … voleva lo seguissi. Dal suo tono di voce, credetti avesse trovato qualcosa di prezioso, come l’ultima volta …»
«E lei lo seguì?,» azzardò Stefano.
L’uomo barbuto annuì. «Continuavo a gettare occhiate tutt’intorno, cercandolo con lo sguardo, ma c’era troppo buio. Solo la flebile luce della luna mi permise di vedere l’ombra di Charlie. Allorché capì si trovasse accanto a me. Ad un certo punto, smise di parlarmi e l’aria si fece più chiassosa. Senza volerlo, mi sporsi da un precipizio. Stravolto, negai l’evidenza e tornai immediatamente al villaggio, raccontando l’accaduto …»
L’altro maschio impugnò il mento pensieroso. Un occhio comune avrebbe davvero visto le farneticazioni di un folle, concludendo che stanchezza e dolore avessero portato l’uomo alla pazzia. Ma non lui, non Stefano.
Stregoneria … , concluse annuendo. «Immagino che gli altri l’abbiano seguita.»
Sapeva non fosse così, e formulò volutamente quell’affermazione, affinché scatenasse la frustrazione dell’oste.
«NO!,» sbottò l’uomo più anziano, rovesciando lo sgabello. Il suo tono crebbe. «QUEI BASTARDI MI PRESERO PER PAZZO!»
Conscio d’aver colto nel segno, Stefano attese che l’Oste annegasse nel suo brodo. Un interlocutore furioso non gli era di alcun aiuto.
L’uomo si placò, raccogliendo lo sgabello e sprofondando su di esso. «Nemmeno mia sorella credette alla storia dell’ombra,» riprese in tono amaro.
«Col passare degli anni, mi convinsi fossi davvero pazzo. Nel momento in cui sparì mia nipote, sua madre tornò da me, e mi chiese di portarla nella foresta. Avevo la possibilità di redimermi, quindi accolsi il suo desiderio e, insieme, lasciammo il villaggio.»
«Mi perdoni, buonuomo,» intervenne Stefano. «Ma Carol?»
«Carol era grande abbastanza da badare a sé. Non fece nulla per fermarmi, e disse avrebbe badato alla casa. Le arruffai i capelli, dandole un bacio sulla fronte. Poi, raggiunsi mia sorella fuori dal villaggio.»
«Non appena mettemmo piede in quella foresta, Agata iniziò a correre dietro qualcosa che non vedevo.»
Non avendo fino a quel momento accennato il nome della donna, Stefano concluse si trattasse della sorella.
«Disse d’aver udito la voce di Catrina. Ma non io … non riuscivo a sentire nulla, se non l’ululato del vento. Stava accadendo di nuovo, e non potevo fare nulla per fermarla!»
Stefano si domandava chi fosse il soggetto nella precedente frase. La grammatica gli suggerì si trattasse della sorella Agata, ma la frustrazione del fratello sembrava scatenata da qualcos’altro.
Più rifletteva, più Stefano ritornava sull’impressione iniziale.
La foresta era il covo di una strega.
«Ho tentato di bloccarla, ma era come invaghita di quell’ombra! Così, decisi di prenderle la mano. Se avesse deciso di saltare da un burrone, non gliel’avrei permesso.»
Stefano annuì.
«Insieme, camminammo a lungo fino al punto in cui la foresta s’infittì. Ebbi un terribile presentimento e strattonai mia sorella, ma oppose resistenza.» L’Oste fece un sorrisetto beffardo, riprendendo il discorso. «Sembrava proprio una di quelle liti tra fratelli!»
Il fatto che l’uomo stesse divagando, aumentò la concentrazione del suo interlocutore. Con buona probabilità, di lì a poco sarebbe arrivata la patata bollente.
«Nonostante tutto, riuscivo a tenerla senza farle troppo male, tuttavia … qualcosa si avvinghiò alla mia caviglia, e inciampai. Libera, Agata ne approfittò per fuggire da me. Le urlai, ma sembrò sorda ai miei richiami. E poi …,» esitò, fissando il vuoto con sguardo smarrito.
Come prima, Stefano non osò intervenire, e attese che l’uomo superasse quell’evento traumatico. Questa volta, però, dovette attendere ben più di qualche minuto.
Eppure non fece nulla per affrettare i tempi. Pazientò come un abile predatore, sapendo che le succulente informazioni fossero agili come gazzelle: se sollecitate, avrebbe perso le loro tracce nel giro di qualche istante.
«Agata si tuffò laddove i rami formavano un cespuglioso reticolo,» riprese finalmente l‘Oste. «Non avevo mai visto gli alberi comportarsi in quel modo, ma non esitai a seguirla. Avrei tanto voluto non farlo.»
Perplesso, Stefano lo guardò con fare interrogativo.
L’uomo sospirò. «Trovammo Catrina, oh sì, ma non come c’aspettavamo.» Un’ombra calò sul suo viso. «Un cumulo argilloso e ancora fumante!»
Pur avendo compreso cosa l’uomo intendesse, Stefano cercò di mantenere un atteggiamento composto. «Le chiedo scusa,» intervenne. «Come avete capito fosse la …,» trasalì immaginando la scena. Sperò avesse capito male, ma l’istinto gli suggeriva il contrario. Facendosi forza, riuscì a completare lo spaventoso quesito. «… piccola?»
L’Oste gli rivolse uno sguardo afflitto. «Vidi mia sorella chinarsi e raccogliere un brandello di stoffa … un brandello, degli abiti di mia nipote … Non sapevo cosa fare,» disse attraverso le fessure tra le dita. «Ero come inchiodato dalla paura …»
Poi, aprì le braccia di colpo. Assorto nella narrazione, Stefano sobbalzò.
«Ad un tratto, Agata cadde e qualcosa la trascinò via da me. Provai a inseguirla, ma … dannazione, era così veloce! Qualunque cosa fosse, non era umana … »
L’uomo barbuto batté un pugno sul bancone. «Non sono riuscito a salvarla! Quella … cosa, l’ha trascinata nelle viscere dell’inferno!»
Stefano scrollò leggermente il capo, come se avesse fiutato un odore anomalo. «Inferno? Ha visto la terra squarciarsi e vomitare lingue di fuoco?»
L’Oste scosse il capo. «No … no, niente di tutto questo. Prima che mia sorella sparisse, intravidi un’ombra sottile intorno alla sua gamba, proprio un attimo prima che venisse risucchiata nel sottosuolo. Tornai di corsa al villaggio e raccontai l’accaduto ma … beh, il resto, come può ben vedere dalle condizioni del locale, è storia.»
L’altro maschio annuì, alzandosi e appoggiando una mano rassicurante sulla spalla dell’Oste. «Tranquillo, messere. Ne verrò a capo.»
L’uomo tirò su col naso. «Come fa ad esserne così sicuro?»
«Abbia fede.»
In quel momento, il fuoco tornò sulle candele e così anche la luce nelle lanterne.
Stefano sorrise. «Vede? Un buon segno. Quanto le devo?»
«Questo glielo offre la casa.»
«È davvero un brav’uomo.»
L’Oste sussultò, come se fosse stato colpito da un pugno.
«Ho detto qualcosa che l’ha offesa?,» domandò Stefano, preoccupato dalla reazione dell’altro.
«No, no …,» rispose l’anziano, gesticolando come per allontanare qualcosa davanti a sé. «Ha usato le stesse parole che mi disse mia figlia prima di partire.»
«Carol?»
L’uomo barbuto annuì. «Dovrebbe conoscerla.»
Stefano era perplesso. «E in che modo?»
«Partì per arruolarsi nella Santa Inquisizione.»
«Ah,» commentò spiazzato.
«Ora vada, e cerchi di tener FEDE alle sue parole.»
«Sarà fatto.»
Mentre si allontanava, sentì l’uomo barbuto mormorare fosse l’ultimo drink che Stefano avrebbe bevuto. Non poteva biasimarlo.
Eppure, non si fece prendere dal panico. Piuttosto, slegò il cavallo e montò in sella, dirigendosi verso la foresta maledetta.
Era perfettamente a conoscenza di quale giorno fosse, e decise di giocare d’anticipo. Diede uno sguardo alla stella troneggiante, che irradiava i cieli con la sua luce. Avrebbe cacciato di giorno, tornando al villaggio prima che fosse buio.
Non appena oltrepassò il confine, indugiò qualche minuto sulla foresta davanti a sé. A primo acchito, non sembrava così spaventosa come l’Oste la dipingeva. Tuttavia Stefano sapeva che il male potesse celarsi dietro spoglie delle quali mai nessuno sospetterebbe.
Smontando dal destriero, constatò che l’animale avesse un battito regolare. Decise dunque di non legarlo, ma gli sussurrò all’orecchio.
«Sta’ qui, amico. E se non mi vedi tornare prima del crepuscolo, corri via.»
Lo stallone nitrì, leccandogli il viso. Stefano ridacchiò, alzando una mano a mo’ di saluto mentre avanzava verso gli alberi.
Il canto degli uccelli accompagnò i suoi passi, insieme ad una silenziosa preghiera ch’egli stesso recitò. Nonostante avesse i nervi ben saldi, la prudenza non era mai troppa.
Quando entrò nella foresta, notò subito un’atmosfera più cupa. Sollevando il capo, ne comprese la ragione. I tronchi snelli e ravvicinati saettavano verso la volta celeste, come se migliaia di braccia legnose volessero abbracciare il creatore.
Che visione idilliaca, pensò.
Non riuscì però a scorgerne le chiome, tant’è che si chiese se quei faggi avessero fine.
Cosa gli sfuggiva? La deforestazione degli ultimi anni avrebbe dovuto lasciare un segno piuttosto evidente sull’ecosistema. Ciononostante, c’era così tanta legna da poter costruire un secondo villaggio.
Legna … rifletté tra sé.
Improvvisamente, Stefano s’accorse vi fosse meno luce di quanta avrebbe dovuto essercene. Com’era potuto succedere?
Non saranno trascorsi più di dieci minuti!
Credendo che il crepuscolo fosse alle porte, tornò sui suoi passi.
Solo per scoprire d’essere già passato tra quegli alberi.
Deglutì, stringendo il crocifisso della catenina intorno al collo. Si guardò intorno per ritrovare la strada d’uscita, ma ogni faggio sembrava terribilmente identico.
E spaventosamente vicino.
Le crepe seghettate sulla corteccia parvero assumere la forma di spaventosi ghigni.
Ripensò alla sorella dell’Oste. Deciso a non voler fare la stessa fine, sguainò la spada e avanzò cauto.
Più guardava quei faggi, più ebbe l’impressione che la foresta si stesse svegliando intorno a lui. A conferma di ciò, Stefano udì masse legnose spostarsi lentamente.
Finché un urlo cupo, continuo e lamentoso, non scoppiò nelle sue orecchie.
Stefano pensò fosse troppo grottesco per appartenere ad un lupo. Affrettò il passo, correndo quando un secondo ululato, più vicino, echeggiò tutt’intorno.
Non sapeva dove stesse andando, né tanto meno se fosse la direzione giusta.
Ma non volle diventare cibo per mostri.
La foresta, però, sembrava essere volta al termine. Diversi rami, lunghi e corti, sbarravano la strada. Disperato, Stefano affettò velocemente i cancelli lignei, preparandosi all’orrore menzionato dall’Oste.
Nulla di ciò che vide corrispose alle aspettative.
Si ritrovò in un’immensa vallata verdeggiante, sotto lo sguardo della pallida dama del cielo. Coperta da occasionali baffi di nubi, questa rivolse il luminescente sguardo al piccolo Stefano.
Non aveva mai visto la Luna così grande.
A pochi metri da lui si aprì un lungo sentiero, che serpeggiava fino a perdita d’occhio. Spirali di foglie crescevano ai margini della strada.
E se le insolite piante lo sorpresero, il monumentale albero gli tolse il respiro. Il tronco nodoso doveva misurare almeno un chilometro, e le sue radici si elevavano decine di metri al di sopra del suolo, come gigantesche zampe. Piccole luci brillavano sulla corteccia, e persino ai piedi.
Incredulo, si stropicciò gli occhi, constatando però che il paesaggio surreale fosse rimasto immutato.
Stefano ebbe l’impressione d’aver varcato un portale, ritrovandosi in una realtà fiabesca.
E fu proprio in quel momento che sentì qualcosa toccargli la spalla destra. Istintivamente, balzò all’indietro, alzando la guardia.
Vide un’ombra stagliarsi sul terreno, e strinse maggiormente la presa sulla spada.
«Tu … rivelati!,» esclamò alla sagoma. Quasi a rispondergli, l’ombra emerse dal suolo, assumendo le forme di una donna alta e snella. Questa tese una mano verso di lui, invitandolo a seguirla.
«E pensi sia così idiota? Non verrò mai con—»
Il resto delle parole gli morì in gola quando, in un battito di ciglia, la donna ombrosa scivolò alle sue spalle.
«Non aver paura …,» gli sussurrò all’orecchio. «Lasciati andare …»
«Chi sei?,» domandò Stefano, lottando contro il panico che si annidava nel suo cuore.
«Seguimi … e ti dirò tutto …»
Chiaramente, era una trappola. Ciononostante, Stefano non riusciva a sottrarsi da quella voce calda e seducente, così piacevole da sentirsi uno stupido al sol pensiero di desisterle.
L’ombra avrebbe potuto attaccarlo, invece si mostrò tutt’altro che ostile.
E il racconto dell’Oste balenò nuovamente nella sua mente.
Possibile fosse la stessa creatura? E se ve ne fossero altre? Se questa non fosse la medesima responsabile di quegli omicidi?
«Da bravo … non farti pregare …»
Attanagliato dai dubbi, Stefano infine annuì. «Dimmi solo dove ci troviamo.»
«Nella foresta delle antiche creature, naturalmente,» rispose l’ombra, scivolando qualche passo in avanti.
«Capisco,» rifoderò l’arma, avanzando verso la sagoma.
Non appena le loro mani entrarono in contatto, Stefano sentì ogni cellula del corpo comprimersi.
Il paesaggio intorno a lui iniziò a vorticare freneticamente. Colori, suoni e immagini si mescolarono come migliaia di vernici. Fortunatamente, non aveva ancora messo nulla in pancia.
Pochi attimi più tardi, la tempesta pittoresca si placò, catapultandolo in un nuovo scenario.
Sbalordito, Stefano si guardò intorno.
E restò di stucco.
Si trovava su un promontorio. Il vento parve gridare alle onde d’infrangersi sulle maestose scogliere; Stefano poté sentirne la spumosa melodia. Sollevando lo sguardo verso l’immancabile dama celeste, notò un enorme castello nero.
Constatando non vi fosse alcuna traccia dell’ombra misteriosa, Stefano portò una mano all’elsa, avanzando con prudenza verso il mastio.
Sebbene l’istinto gli dicesse di scappare più lontano possibile, il suo cuore sembrava ancorato a quel maniero. Così, inspirando ed espirando, s’incamminò verso la porta d’ingresso.
L’ebano apparì fessurato, come se una bestia mostruosa l’avesse graffiato su più punti. Stefano notò altresì la macabra forma del batacchio: dita scheletriche impugnavano un grosso anello d’acciaio, ch’egli impugnò a sua volta e batté due volte.
La porta si aprì, e Stefano strinse la presa sull’elsa.
Ma restò deluso.
Nonché turbato.
Nessuno giunse ad accoglierlo, eppure varcò la soglia.
«C’è nessuno?,» domandò con fare incerto. Non ricevette alcuna risposta.
Si aspettava di trovare un maggiordomo o qualcun altro, ma solo un’insolita brezza accolse il suo arrivo. Quando fu dentro, il portone si schiantò con un boato, che echeggiò per tutto l’atrio. Stefano sobbalzò per lo spavento.
Voltandosi, l’uomo rimase basito dall’inquietante bellezza di ciò che si prostrò al suo cospetto. Una grande fontana in pietra, a forma di Gargoyle, occupava il centro della dispersiva sala.
Due file di gradini avorio affiancavano il monumento, curvando lateralmente e risalendo fino al secondo piano. Cullato dalle tortuose braccia marmoree, un corridoio si aprì alle spalle della fontana. Torce ardevano sulle pareti oscurate.
«Eccoti qui.»
Guardando nella direzione dalla quale proveniva la voce familiare, Stefano spalancò le palpebre.
In piedi, a pochi metri da lui, si ergeva la donna più bella che avesse mai visto.
La fronte alta presentava un piccolo della vedova appena visibile, dal quale sgrondava una cascata di morbide ciocche castane. Queste incorniciavano il viso allungato, prima di ricadere sofficemente sulle spalle. Stefano parve smarrirsi in quei grandi occhi,scuri come la notte.
Un lungo abito con strascico, in pizzo nero, avvolgeva il corpo snello e flessuoso. La silhouette aderente, il collo alto e le maniche lunghe dall’effetto semitrasparente, diedero l’impressione che la donna appartenesse alla nobiltà.
Ad un tratto, le sottili labbra rosee si schiusero, e la voce sensuale della donna tornò ad allietare le orecchie di Stefano.
«Mi chiamo Lilian,» iniziò con un sorrisetto malizioso. «E qual è il nome di questo bel fusto?»
Nell’udire il complimento inaspettato, le guance dell’uomo acquisirono un po’ di colore.
«S- Stefano …,» balbettò, cercando d’ignorare il davanzale prosperoso.
«Stefano … che bel nome …,» commentò la donna avvicinandosi. Piacevoli brividi percorsero la sua schiena quando la bella donna gli leccò l’orecchio. «Seguimi nella sala degli ospiti. Abbiamo molto di cui parlare …»
Stefano eseguì alla lettera, divenendo l’ombra di quella donna mozzafiato. Sebbene l’architettura del castello non fosse da poco, l’attenzione dell’uomo sfrecciò sulle curve davanti a sé, che ondulavano con un movimento quasi ipnotico. La bellezza ruotò appena il capo nella sua direzione, e fece un risolino.
Imbarazzato, distolse lo sguardo. Tornò dunque a contemplare quanto lo circondasse, stupendosi ogni qual volta i suoi occhi si posassero su mura, oggetti e tende di velluto. L’arredamento ricco e variegato smantellò quella fastidiosa impressione sensoriale, che aveva accompagnato Stefano sul promontorio.
«Eccoci arrivati,» annunciò la donna aprendo le braccia. «Accomodati pure dove preferisci.»
Stefano spalancò gli occhi dinnanzi all’immensità di quella sala. Sembrava più adatta a intrattenere migliaia di ospiti per un ballo, piuttosto che una conversazione. Torsi di statue senza nome ne valorizzavano gli angoli, mentre lanterne e candele si occupavano dell’illuminazione.
L’alternanza del chiaro e dello scuro sulle pareti, conferivano alle stesse l’aspetto di una scacchiera. Uomini, dame, draghi e scogliere arricchivano le vetrate che, viste in successione, narravano la storia di alcune giovani donne.
Ma gli straordinari dipinti non erano i soli protagonisti della sala. Al centro, infatti, dimorava una lunga tavolata. Calici, brocche, ciotole di frutta e candelabri giacevano sulla tovaglia di pizzo bianco, con ricami di foglie e viticci.
Lo sguardo dell’uomo scivolò infine sulla poltrona a capo tavola. Eleganti incisioni scorrevano sul legno. Cullata da morbidi margini dorati, un’imbottitura bordeaux tempestata di piccoli bottoni.
Stefano prese posto su una delle poltrone ai lati, cogliendone i dettagli. Vene scure solcavano il legno rossastro e, unitamente ai margini dentellati dello schienale alto, conferivano alla struttura l’aspetto delle foglie di una quercia.
«Allora, Stefano. Cosa vuoi sapere?»
Bella domanda, pensò il diretto interessato. In realtà, parecchi quesiti vorticavano nei suoi pensieri. Non poteva semplicemente sceglierne uno a caso, in quanto avrebbe rischiato d’offendere la padrona di casa.
«Ha sentito parlare delle sparizioni a Borgoro?,» chiese finalmente.
«Borgoro? Da quanto so è chiamato Borgocereo, adesso.»
Stefano ridacchiò, grattandosi la nuca con finto fare nervoso. Egli, infatti, sbagliò di proposito il nome del villaggio, affinché potesse avere un’idea minima di chi si trovasse difronte.
Ebbene, la donna conosceva la storia del borgo, quindi non era una castellana qualunque. A confermarlo, l’uomo non aveva ancora visto traccia alcuna di servitori, dunque ipotizzò che fosse la stessa donna a visitare il mondo esterno.
E poi, quel pizzo nero sembrava così dannatamente familiare. Dove lo aveva già visto?
«Deve scusarmi, ma l’ultima memoria che ho del villaggio risale a molto tempo prima,» mentì lui.
Lilian prese una caraffa color rubino, e ne versò il contenuto in un calice. «Oh, non preoccuparti. Gli abitanti del luogo lo chiamarono così poiché ogni anno accendono un lume per ciascuna delle persone scomparse … Ma prego, prego! Non fare complimenti …,» disse, invitandolo a deliziarsi con la bevanda.
Assai titubante, Stefano allungò una mano verso la caraffa, annusandone l’aroma dolciastro e gemendo per coprire il suo gesto. Nonostante tutto, l’uomo diffidava degli estranei e non voleva risvegliarsi dentro una bara. Le sue narici allenate colsero tuttavia solo l’odore dell’uva fermentata, con un pizzico di lievito e ortica. Incuriosito, ne versò un po’ nel proprio bicchiere.
«Buono, eh?,» domandò retoricamente la donna. «Ottima annata!» Tenendo la colonnina di vetro tra pollice ed indice, portò la coppa alle narici, inebriandosi nell’aroma sprigionato. «Lo chiamano, nettare dei sogni …,» avvicinando le labbra al bordo del calice, le bagnò con un breve sorso, leccandole con un sensuale movimento della lingua.
Mentre ciò accadeva, Stefano sentì un ingrossamento tra le gambe. Quella donna lo stava facendo letteralmente impazzire. Avrebbe tanto voluto …
No!, pensò serrando gli arti inferiori. Non mi è permesso …
La Santa Inquisizione nacque dal grembo della chiesa, e questa vedeva scempi simili come un peccato capitale, proibendoli.
Stefano si vergognò di sé stesso e dirottò i pensieri verso un altro argomento. «Mi chiedevo se sapesse dirmi qualcosa di più su queste sparizioni. Mi ha dato l’impressione di una donna colta, affascinante e …,» esitò, frenando la lingua. Ancora una volta, i suoi pensieri vennero compromessi dai desideri erotici annidati nel profondo del suo essere.
«E, cosa?,» gli chiese giocosamente, fissandolo come se fosse un bimbo sperduto.
L’uomo s’accorse della figuraccia in corso e, schiarendosi la voce, proseguì: «E avrà sicuramente visto qualcosa al di fuori di queste mura.»
Lilian assunse un’espressione leggermente delusa, ma rispose con rinnovata dolcezza. «Oh, sì. I miei occhi hanno visto molto, e le mie orecchie hanno sentito diverse voci, terribili voci … altre piacevoli …,» mentre parlava, abbandonò il proprio trono, attraversando la sala fino a sfiorare le pittoresche vetrate con le dita. Al suo tocco, qualcosa vibrò.
Stefano seguì la scena con interesse, ancor più cogliendo un movimento appena percettibile negli affreschi vitrei, come se le linee fossero molteplici vermi e stessero strisciando alla rinfusa.
Incredulo, stropicciò i propri occhi, solo per ritrovarsi a fissare dipinti ben diversi.
E spaventosamente familiari.
La donna indugiò sulla prima vetrata, illustrante un paesaggio verdeggiante molto simile alla foresta intorno a Borgocereo.
«Molti anni fa, la foresta e le sue creature prosperavano in pace ed armonia, finché un giorno …,» le sue dita affusolate si spostarono sulla vetrata accanto, mentre questa subiva una metamorfosi simile alla prima. Stefano concluse fosse stato drogato.
Ma è impossibile!, pensò perplesso. Me ne sarei accorto, altrimenti!
Se non frutto di una sostanza allucinogena, allora cosa?
Spalancò gli occhi, inorridito.
Il secondo dipinto raffigurava una massa di persone, tra le quali un uomo familiare. I lineamenti ben definiti del suo viso rimandarono Stefano a diverse ore prima, quando visitò la taverna spettrale.
Quest’uomo però, sembrava più giovane, con una folta barba rossiccia.
E in groppa, portava un ragazzino dai capelli mori.
Quello stesso ragazzino dipinto nella vetrata successiva.
La fedele riproduzione dei dettagli stimolò l’immaginazione di Stefano. Questi, infatti, riuscì a guardare gli affreschi come se la storia si stesse evolvendo sotto i suoi occhi.
Allontanandosi dal padre, il fanciullo corse tra gli alberi finché non giunse in un luogo molto simile a quello precedentemente ammirato da Stefano. Quando lo mostrò al padre, questi portò il resto degli abitanti.
Gli uomini, per così dire date le espressioni animalesche, mutilarono gli alberi secolari, ottenendo la legna necessaria a fabbricare le loro case. Numerosi furono i colpi d’accetta scagliati su un colosso in particolare, dal tronco chilometrico, che non sfuggì all’occhio inquisitore di Stefano.
Diverse creature umanoidi, con lunghe orecchie a punta, caddero dalla chioma degli alberi mutilati.
E vennero massacrate da uomini, donne e persino bambini.
Si agitò sulla sedia. Perché l’Oste non aveva mai accennato a tutto questo?
Ripensò alle ultime parole scambiate con l’uomo. Stefano gli disse fosse un brav’uomo, e questi reagì come se ne dubitasse.
Lì per lì, Stefano giustificò la reazione dell’uomo come un flashback, attivato dal ricordo delle stesse parole udite dalla figlia Carol. Osservando quelle vetrate, però, non ne fu più così tanto sicuro.
Iniziò a pensare che l’uomo barbuto avesse taciuto volutamente, annegando la verità in un bagno di menzogne.
La verità viene sempre a galla, pensò Stefano.
Certamente, non poté discernere i fatti dalle allucinazioni. Eppure, c’era qualcosa di così reale in quella sequenza d’affreschi, come se narrassero davvero quanto fosse avvenuto.
Avido di saperne di più, Stefano continuò ad esplorare il passato sanguinario di Borgoro. Alcuni cicli lunari più tardi, una congrega di donne in nero, bellissime, si riunì nella foresta.
Un dipinto lo colpì particolarmente. Vide ombre frastagliate stagliarsi sul terreno, disegnando alveoli elaborati simili agli stessi che Stefano contemplò sull’abito di Lilian.
E tutte proiettate da membri della congrega.
Ogni anno, le streghe sceglievano una compagna per la caccia. La prescelta avrebbe sedotto l’ignaro abitante di Borgoro, attirandolo nella foresta.
Non erano solo bambini a sparire, ma anche adulti. Questo Stefano lo sapeva bene, rammentando la sorte toccata ad Agata.
Tuttavia non gli fu chiaro cosa facessero a queste persone.
Passò nuovamente in rassegna le vetrate, spulciandole in cerca d’informazioni. Sobbalzò adocchiando una rappresentazione fedelissima di Lilian sedere su un insolito sgabello, così come le altre donne in sua compagnia. Uno sguardo più attento gli rivelò fossero schiene e visi umani.
E se quella visione raccapricciante scosse Stefano, i suoi occhi minacciarono di uscire dalle orbite quando individuò la portata principale.
Inorridito, saltò da una vetrata all’altra, trovando un secondo, disgustoso riferimento al racconto dell’uomo barbuto.
Aveva finalmente chiaro il quadro della situazione.
Tuttavia faticò ad accettarlo.
«Capisci, adesso?,» chiese Lilian, leccando il labbro inferiore ancora umido.
Avrebbe tanto voluto annuire, ma non riuscì. Non comprendeva davvero come tutto questo fosse possibile.
Né tanto meno perché la strega lo stesse mantenendo in vita.
La risposta giunse dall’ultima vetrata, che Stefano si ritrovò a contemplare mosso dall’irrefrenabile curiosità.
Vide sé stesso, seduto al medesimo tavolo, con un’espressione di puro sgomento dipinta sul viso. Lasciò cadere il bicchiere per la sorpresa, sussultando quando la scena si riprodusse sull’affresco.
Stefano si alzò bruscamente.
«Vai di già?,» chiese Lilian in tono triste. «Non ti ho ancora presentato il nostro ospite d’onore …»
La ignorò, camminando a grandi passi verso l’uscita.
Improvvisamente, le ginocchia cedettero ed ebbe un capogiro. S’appoggiò alla parete vicina, facendosi forza per non cadere.
«Che cosa … mi hai fatto … lurida strega …,» boccheggiò.
Lilian scosse il capo. «Non ci siamo proprio. Temo debba trattenere il nostro ospite. Che peccato! Era appena arrivato … Tuttavia non puoi incontrarlo in queste condizioni.»
Prevenuto da un immancabile spirito di sopravvivenza, Stefano portò la mano destra all’elsa.
O per lo meno, laddove credette fosse.
Palpò nient’altro che aria e, scoccando un’occhiata incerta alla cintola, constatò di vederci doppio.
Dannazione!
Un secondo capogiro lo scaraventò a terra.
Col viso incollato alla pietra gelida, Stefano udì i passi della donna sempre più assordanti.
Finché non torreggiò su di lui.
Le labbra di Lilian si piegarono in un ghigno diabolico. «Non preoccuparti. Ti insegnerò le buone maniere.»
Sentì le palpebre via via più pesanti e, girando il capo, tornò a guardare il ritratto del presente.
L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi, fu un collare dipinto intorno al collo.

***

Lilian accarezzò i capelli dell’uomo, iniziando a spogliarlo. Sapeva a quale ordine appartenesse, e trovò altresì ironico come il cacciatore fosse diventato preda. Ciò le trasmise un profondo senso di dominazione.
Celata dalle ombre, aveva osservato i movimenti di Stefano fin dal suo ingresso a Borgocereo. Quell’anno, toccava a lei scegliere la vittima sacrificale.
Nonostante quest’uomo le suscitasse un gran appetito, aveva altro in serbo per lui.
Dopo tutto, le tradizioni si erano già compiute.
Con forza innaturale, Lilian caricò l’uomo in spalla. Schioccando le dita, il tessuto nero sublimò progressivamente in una fitta nebbia oscura, che seguì la strega strisciando al suo seguito.
Nuda come il giorno in cui venne al mondo, la donna camminò con disinvoltura, dirigendosi verso le sue stanze.
Stefano dormiva come un ghiro. Sebbene ne avesse seguito i movimenti per poche ore, Lilian comprese quanto l’uomo fosse diffidente.
Se avesse aggiunto del latte di papavero al vino, Stefano lo avrebbe sicuramente fiutato. Invece, Lilian escogitò uno stratagemma diverso per ottenere il dominio sull’uomo.
La bevanda color rubino, dall’irresistibile odore del vino, induceva sonnolenza nei non praticanti della stregoneria.
Le scale marmoree la condussero a destinazione. Con la mano libera, spinse le porte verso l’interno; al suo ingresso, candelabri e lumi s’infiammarono di gioia.
Non si preoccupò minimamente del prigioniero, abbandonandolo sul letto con molta nonchalance. Questi rispose russando sonoramente.
Lilian si stupì di quanto quell’uomo potesse dormire. L’effetto della bevanda avrebbe dovuto dissiparsi già da parecchi minuti, eppure Stefano non volle sentirne di svegliarsi. Facendo spallucce, la donna avanzò verso il guardaroba. Ne aprì le ante, contemplando pensierosa l’abbigliamento aderenteda adottare quella sera.
Con la coda dell’occhio, constatò il repentino risveglio dell’uomo e finse di rovistare nell’armadio.
Mossa astuta, pensò Lilian. Peccato per lui non sia nata ieri.
Credendola distratta, Stefano avanzò sulla moquette a passo felpato, dirigendosi verso l’uscita.
Non glielo avrebbe permesso.
«Stavi scappando da me?,» domandò Lilian con tristezza, voltandosi per guardarlo. Il tono ferito, sfumato d’innocenza, accentuò la suggestività del messaggio.
Colto in fragrante, Stefano non riuscì più a muoversi. «N-n-n-noo,» balbettò, cercando di sottrarsi al suo sguardo penetrante. «Stavo s-solo—»
Lilian sorrise, camminando sensualmente verso di lui. Ad un passo dal suo viso, gli mordicchiò dolcemente il lobo sinistro. «Stavi solo … cosa?»
Lui non rispose con le parole, bensì con la violenza. Toccandole il seno, la spinse sul letto e tentò la fuga. Lilian emise un ringhio basso e, agile come una pantera nera, balzò sull’uomo in fuga, schiacciandolo a terra.
«Dove cazzo stai andando, brutta troia?!»
«Lasciami!,» esclamò Stefano, lottando come un bisonte.
Ma l’abile predatrice non si lasciò intimidire dalla forza del maschio. Afferrandolo per i capelli, e crogiolandosi nelle sue grida di dolore, Lilian sollevò l’uomo tirandolo a sé. Infine, come se fosse una vecchia scopa, lo trascinò nuovamente sul letto.
«Ti prego, lasciami,» piagnucolò implorante.
«’Ti prego, lasciami,’» ripeté Lilian in tono deridente. «E tu saresti un cacciatore di streghe? Sei patetico.»
Furioso per l’umiliazione subita, l’uomo reagì sferrando un destro all’addome dell’aguzzina. Lei però non fu da meno, schivando l’attacco con un rapido movimento del bacino. Senza dargli tempo di contrattaccare, lo spinse giù con foga, montandolo e forzando entrambi gli avambracci ai lati del capo.
Stefano oppose resistenza, dimenandosi energicamente. Lilian mantenne il dominio sul maschio ribelle, sedendosi con forza sul petto peloso.
«Sta’ fermo, figlio di puttana!,» impose con rabbia.
Ma lui non prese minimamente alla lettera quell’ordine, anzi, provò a disarcionarla.
«Osi disobbedirmi, puttanella?!,» disse in tono aspro. Addolcì la voce, mantenendo però una nota sadica. «Ora ti sistemo io.»
Piegandosi in avanti, allungò la mano sinistra verso il corrispondente angolo del letto, estraendo un polsino imbottito. Tirandone la catena, lo chiuse intorno al polso sinistro di Stefano, facendo altrettanto col destro.
L’uomo gridò sofferente, scalciando come un mulo.
Lilian sogghignò, eccitata dalla sua disperazione. Invertì la posizione, sedendosi comodamente sul suo viso. Le frenetiche lotte cessarono nel momento in cui la donna legò anche le caviglie.
«Rassegnati,» esortò sorridente. «Non puoi muoverti, né tornare nella fogna dalla quale provieni. Da questo momento, sei mio schiavo.»
Dal suo canto, Stefano si agitò convulsivamente. Esasperata, Lilian fece maggiormente pressione sul viso del maschio.
«Ti soffoco se non la smetti di muoverti!,» asserì in tono minaccioso. «Hai capito, schiavo?»
Il diretto interessato si placò all’istante.
«Bravo. Vedo che inizi a capire …»
Improvvisamente, un ringhio scosse le viscere della donna, e un ghigno affiorò sulle sue labbra. «Ricordi il nostro ospite d’onore? Pare sia impaziente di conoscerti!»
L’uomo mormorò parole confuse, smorzate dall’eccessivo peso gravante su di sé.
Proprio quello che Lilian voleva.
Allargando le chiappe, posizionò il buco del culo esattamente sopra il naso del sottomesso, e lasciò andare tutto il gas intestinale cumulato nelle ultime tre ore. Il vento torrido soffiò impetuoso nelle narici del malcapitato, inondandole col fetore della putrefazione.
Seguito da una tonante risata malvagia.
«Ecco! Saluta il tuo amichetto!»
Quell’esclamazione parve sortire l’effetto desiderato, poiché Stefano riprese a lottare, con ancor più disperazione.
Violando l’accordo con la padrona.
Lilian però non voleva soffocarlo davvero, solo farglielo credere. A cosa le serviva uno schiavo freddo e impassibile?
Sollevando le chiappe, ruotò appena il capo nella direzione dello schiavo per non lasciarsi sfuggire la reazione dello stesso.
Stefano però, usò male quella pausa d’aria.
«Toglimi questo grasso culo puzzolente dal viso!»
Lilian aggrottò la fronte, offesa. Tuttavia, anziché rispondere con mere minacce, si finse perplessa.
«Credevo non volessi soffocare …»Facendo spallucce, aggiunse: «Ma se insisti …»
E abbassò lentamente il sedere sul viso di Stefano.
«NO! Per favore, padrona! NO!»
Lilian mugolò di piacere udendo quella parola magica, bloccando l’azione omicida.
Cambiando posizione, gli sbatté la figa in faccia. Scostò poi una ciocca dal viso, portandola dietro l’orecchio. «Dillo di nuovo …,» incitò eccitata.
Stefano eseguì, ma le sue parole si spensero in mormorii confusi.
Nonostante Lilian sapesse d’esserne la causa, colse l’occasione per deriderlo. «Cos’è? Ti è marcita la lingua?»
L’uomo piagnucolò. Diversamente la dominatrice, che solcò le onde del piacere.
«Leccamela,» ordinò di punto in bianco. «E se osi mordermi, ti piscio in gola.»
Con gli occhi fuori dalle orbite, Stefano liberò il muscolo orale, lambendo la superficie rosea con timide leccate.
Sebbene Lilian fosse deliziata dalla paura sul viso dell’uomo, non era soddisfatta.
«LECCA!,» tuonò furiosa.
A quelle parole, poté sentire lo schiavo tremare sotto di lei.
Una risatina divertita proruppe dal petto della strega. Solitamente, gli uomini non aspettavano altro, ma l’incertezza di costui la portò a pensare fosse vergine.
Lo svergino io!
Muovendosi leggermente, Lilian spremette una scoreggia bassa, ma potente, sul collo del sottomesso.
«Mmm …,» commentò prendendo qualche zaffata. «Senti come sale bene questa!»
Ma Stefano non sembrò gradire quanto lei, e si agitò come un pazzo.
«Stammi a sentire. Se non lecchi bene, rivedrai il tuo amico molto presto … e sai cosa intendo,» puntualizzò con una nota crudele.
Terrorizzato, l’uomo obbedì inserendo la lingua tra le piccole labbra. Lilian gemette sentendo il muscolo carnoso esplorare le sue profondità, e leccarne le pareti interne.
Poco dopo, sorrise compiaciuta.
«Brava troietta. Meriti un premio.»
Senza aspettare la reazione di Stefano, ma con ancora la sua lingua dentro, Lilian portò il bacino indietro per liberarsi dell’organo gustativo. Poi, inarcò la schiena spingendo l’ano in bocca allo schiavo.
E un’altra scoreggia, più lunga ed umida della precedente, fece capolino.
«Oh oddio, qui mi sa che mi sono cacata addosso!»
Fortunatamente per Stefano, sembrò non esserci alcuna traccia del coinquilino rettale, se non l’intenso aroma di escrementi. L’uomo spalancò le palpebre, tossendo violentemente. Lilian sollevò il busto, godendosi la scena.
«Basta … per favore …,» boccheggiò l’uomo.
«Basta? Abbiamo appena iniziato!»
«Cos—,» iniziò Stefano, ma il resto delle parole venne inghiottito dal culo di Lilian, che sparò tre potenti colpi putridi in rapida successione. L’uomo si contorse con forza, ma le catene non sembravano voler cedere.
Lilian gemette, completamente estasiata dalle angoscianti lotte dello schiavo.
«Muori sotto il mio culo!,» commentò a gran voce.
Passando una mano sulla pancia, constatò fosse notevolmente ridotta rispetto a quando accolse l’uomo sotto di lei.
Uomo, che cessò bruscamente di combattere.
Alzandosi dal cuscino umano, Lilian notò fosse completamente immobile. Si chiese se fosse un altro dei suoi stratagemmi, oppure avesse semplicemente preso l’ordine alla lettera.
Evidentemente, i gas nauseabondi avevano spinto l’uomo tra le braccia della nera signora.
Tuttavia, Lilian non avrebbe permesso alla morte di falciare l’anima del suo schiavo.
Almeno, non ancora.
Svelta, prese posto dall’altro capo del letto, allungando un piede sul cazzo dell’uomo.
Che schiacciò, quasi fosse un fastidioso insetto.

***

Memorie di una vita vissuta danzarono frenetiche davanti al suo sguardo confuso.
Rivide sé stesso da bambino, gattonare sul pavimento di casa. Camminava a passo sempre più sostenuto, mentre la scena si evolveva intorno a lui, finché il fanciullo non si erse sulle sue gambe.
Osservò quel bambino in tutte le fasi della sua crescita. Lo scenario mutò all’improvviso, e uno Stefano ormai adulto poggiava il ginocchio destro sull’altare. Riconobbe subito il luogo.
La Basilica del Santo Padre.
Il Papa in persona stava eseguendo la cerimonia di iniziazione per accoglierlo come membro della Santa Inquisizione. Sarebbe stato la mano dell’osannato, lottando contro le forze del male.
Poi, un cono di luce sacra lo irradiò.
Stefano si chiese se stesse morendo.
Sorrise e offrì la sua anima al creatore, senza rimpianti.
O forse sì?
Le immagini sulle vetrate si riversarono nella mente di Stefano. La storia di Borgoro si radicava nel sangue degli innocenti. E, come se non bastasse, la capitale aveva sempre taciuto. Che fosse davvero complice?
Gli venne in mente un vecchio detto popolare.
Non è tutto oro ciò che luccica.
La sacra luce parve non gradire quell’insinuazione, poiché si affievolì poco a poco.
Sentì la sua fede vacillare.
Una parte di lui avrebbe voluto gettarsi in ginocchio, ed implorare il Santo padre di perdonarlo; un’altra, però, cercava risposte.
Evidentemente, quest’ultima prevalse.
Si fermò per un momento, analizzando gli eventi delle ultime ore.
La capitale mandò Marco nella foresta intorno a Borgocereo, al fine di indagare sulle spaventose voci in circolazione. Stefano lo conosceva bene: aveva trascinato molte streghe sul rogo.
Eppure, Marco non fece mai più ritorno.
A confronto, Stefano era un dilettante, eppure venne inviato a cercarlo. Tra tutte le reclute della Santa Inquisizione, era quello con maggiori capacità investigative.
Sulla strada per Borgocereo, ricordò d’aver estratto la mappa dalla tracolla per orientarsi. Proprio in quell’istante soffiò una raffica di vento, e quello strumento cartaceo volò via.
Stefano però non si perse d’animo e, con l’aiuto di alcuni passanti, giunse nel piccolo villaggio con un giorno di ritardo.
Coincidenze? Improbabile.
Pensò invece che una forza astrale lo avesse spinto su un percorso prestabilito, tracciato dal fato per lui.
Fino a quel momento celato da una fitta rete di menzogne.
Qualcosa ribollì intorno a Stefano. Notò che l’oro dell’altare, dei candelabri e persino delle cornici si stesse sciogliendo.
Una risata maligna fece eco nella sala.
Impavido, si voltò verso la parete di fondo. Laddove avrebbero dovuto esserci decine di affreschi, si aprì un abisso tenebroso.
E due, grandi occhi rossi fissarono Stefano.
Poi, un dolore lancinante al pube lo strappò dal piano spirituale.
Prese un grande respiro, come se qualcuno avesse estratto la sua testa da un trogolo d’acqua fredda.
«Bentornato, schiavo.»
Trasalì nel riconoscere quella voce pacata, e al contempo affilata come un rasoio.
«Giusto in tempo per il secondo piatto.»
Stefano inclinò un sopracciglio e fece per parlare, ma s’interruppe quando l’enorme piede di Lilian avanzò verso di lui. La vista della pianta sudicia, annerita dalla sporcizia, lo portò a distorcere il naso.
Eppure, man mano che l’arto si avvicinava al suo viso, Stefano percepì tutt’altro che disgusto. Gli odori nauseabondi spigionati travolsero le sue narici, scatenando una reazione completamente anomala.
Ma piacevole.
Stefano inspirò profondamente. Quel tripudio gastronomico lo rese avido.
Lilian parve fiutare il bisogno ardente, stropicciandogli la faccia con ilpiede e impregnandola con il suo odore.
«Assaggialo…,» sussurrò sensualmente. «Sentine il gusto …»
Inebriato e smarrito nella distesa afrodisiaca, Stefano ascoltò la voce della padrona che risuonò come una nenia, guidandolo in quel mondo tutto nuovo.
E iniziò succhiando l’alluce.
Un’esplosione di sapori detonò sulla lingua. Estasiato, passò il muscolo umidiccio tra gli interstizi carnosi.
Lilian mugolò dolcemente.
Gratificato dal piacere della sua padrona, Stefano proseguì il tour sensoriale. Leccò ed asportò ogni briciola di sporcizia, nettare divino per le sue papille gustative.
Voglioso di nuovi sapori, lasciò scivolare la lingua fino al tallone. Ne lambì più volte la superficie, prima di risalire lungo tutta la pianta del piede.
«Bravo schiavetto …,» commentò Lilian soddisfatta. «Ecco, prendi anche l’altro …»
Stefano spalancò gli occhi.
Quello che inizialmente aveva scambiato per inferno, si rivelò essere il paradiso terrestre.
Non se lo fece ripetere due volte e ripeté l’esperienza.
Che tuttavia si rivelò diversa.
«Che bontà …,» commentò sopraffatto dall’orgasmo.
La sua erezione non sfuggì alla Dea, che sorrise piegando la testa su un lato.
«Ti piace il sapore dei miei piedi?,» chiese in tono retorico, mantenendo una cantilena delicata, quasi fosse la melodia di un’arpa.
Senza fermare il servizio orale, Stefano annuì.
Tuttavia non riuscì a frenare l’innata voglia di compiacere la sua padrona.
«Anche … l’odore,» scandì l’uomo tra una leccata e l’altra.
Lilian fece un risolino. «Bene, perché resterai in questo castello finché avrai vita.»
Gli occhi di Stefano si riempirono di lacrime.
Guardò commosso la sua padrona che, sorridendo, si alzò massaggiando la pancia. Gli passò davanti, rilasciando una scoreggia infidissima.
Sembrò quasi che Lilian avesse scaricato su di lui un carretto di uova marce e carcasse putrescenti. Eppure non gli dispiacque. Anzi, fremette all’idea di respirare nuovamente quegli effluvi gassosi.
«Pare che il tuo amichetto voglia uscire. Vado a disfarmene … tu sta’ qui e attendi il mio ritorno.»
Stefano annuì felice, facendo le fusa. Girò il capo verso la sua padrona, osservandola allontanarsi. Esterrefatto, scorse una nebbiolina oscura emergere dal pavimento, e condensarsi nell’abito in pizzo nero sulle forme della donna.
Tutti i pezzi del puzzle si incastrarono al posto giusto.
Tornò a guardare il soffitto, col sorriso sulle labbra.
Era così fortunato.
Si sentiva così sciocco ad aver frainteso le intenzioni della strega.
Sfiorar la morte aveva spazzato via quel velo di pregiudizi dai suoi occhi, mostrandogli la verità.
La congrega non era mai stata una minaccia.
Borgocereo stava pagando il prezzo del sangue con altrettanto sangue.
I pensieri di Stefano volsero alla sua salvatrice.
Lilian lo aveva spogliato dei suoi costumi sacri, pieni di bugie e contraddizioni, mettendone a nudo la vera essenza.
Adesso, vedeva chiaramente la ragione per la quale l’avesse risparmiato.
Avrebbe indossato le catene della schiavitù per l’eternità.
Per servire la sola e unica Dea.

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