DALLO STUDIO · #03
Dal caso Pornhub ai circuiti di pagamento, dall’age verification alle nuove leggi inglesi: negli ultimi anni lavorare nell’adult è diventato una corsa a ostacoli, anche quando ciò che produciamo è perfettamente legale, consensuale e realizzato da adulti.
Difendere la pornografia pubblicamente non è facile.
La parola stessa porta con sé giudizi morali, imbarazzo, pregiudizi e una quantità di associazioni negative che rendono molto semplice liquidare qualsiasi discussione con un’alzata di spalle.
“È porno. Che problema c’è se lo regolano un po’ di più?”
Il problema è che quel po’ di più, negli ultimi anni, è diventato moltissimo.
E quando una società scopre che una determinata forma di espressione è particolarmente facile da limitare perché poche persone hanno voglia di esporsi pubblicamente per difenderla, forse vale la pena cominciare a prestare attenzione.
Non a caso, anche The Economist ha dedicato proprio in questi giorni spazio alla nuova stretta britannica sulla pornografia, sollevando una questione che va molto oltre l’adult: quando si vieta una forma di espressione che pochissime persone hanno voglia di difendere pubblicamente, il rischio è che diventi molto facile allargare progressivamente il confine di ciò che può essere vietato.
Prima di tutto: nessuno sta difendendo l’illegale
Prima di andare avanti, bisogna chiarire una cosa.
Nessuno dovrebbe avere difficoltà a sostenere regole severe contro materiale che coinvolge minori, revenge porn, video pubblicati senza consenso, violenza reale, sfruttamento o persone filmate contro la propria volontà.
Su questo non c’è molto da discutere.
Chi lavora seriamente nell’adult ha tutto l’interesse a eliminare questo materiale dal settore.
Il problema nasce quando, partendo da obiettivi assolutamente legittimi, si costruisce progressivamente un sistema nel quale la pornografia nel suo complesso viene trattata come un’attività sospetta per definizione.
Non tutto ciò di cui parlerò qui è “censura” nel significato strettamente giuridico del termine.
In alcuni casi si tratta di leggi dello Stato. In altri di policy delle piattaforme. In altri ancora di decisioni prese da banche, circuiti di carte di credito o processori di pagamento.
Ma per chi produce contenuti l’effetto pratico spesso converge nello stesso punto:
un contenuto perfettamente legale, consensuale e prodotto da adulti può diventare improvvisamente non pubblicabile, non monetizzabile o economicamente troppo rischioso da produrre.
2020: il punto di svolta
Il momento simbolico in cui tutto questo ha accelerato è stato dicembre 2020.
In seguito alle accuse relative alla presenza su Pornhub di materiale illegale, compresi contenuti che coinvolgevano minori e materiale pubblicato senza consenso, Visa e Mastercard sospesero i pagamenti sulla piattaforma.
Pornhub reagì eliminando milioni di video caricati da utenti non verificati e modificando radicalmente il proprio sistema di upload.
PayPal, peraltro, aveva già interrotto il servizio nei confronti di Pornhub nel 2019.
Quindi non è corretto dire che tutto sia nato in un singolo giorno.
Ma il 2020 ha reso evidente qualcosa che da allora è diventato centrale per tutto il settore:
chi controlla i pagamenti può condizionare profondamente ciò che una piattaforma può permettersi di pubblicare.
Quando il circuito della carta diventa anche un regolatore
Negli anni successivi Mastercard ha introdotto requisiti molto più stringenti per i siti adult che vogliono continuare a utilizzare il suo circuito.
Verifica dell’età e dell’identità delle persone presenti nei contenuti.
Consenso documentato.
Controllo dei contenuti prima della pubblicazione.
Procedure per i reclami.
Sistemi che permettano alle persone ritratte di contestare la disponibilità del materiale.
Sono requisiti che, presi singolarmente, hanno spesso una logica comprensibile.
Nessun circuito vuole essere utilizzato per monetizzare materiale illegale.
Ma il risultato è che aziende private che non producono contenuti, non li distribuiscono e non hanno alcun rapporto diretto con la fantasia sessuale finiscono inevitabilmente per esercitare un’influenza enorme sull’intero ecosistema adult.
Se vuoi accedere al sistema finanziario tradizionale, devi adattarti.
Ma poi ogni piattaforma interpreta le regole a modo suo
Qui nasce un ulteriore problema.
Mastercard, Visa e gli altri intermediari stabiliscono determinati requisiti generali.
Ma poi sono le singole piattaforme a dover trasformare quei requisiti in regole operative.
E non tutte lo fanno nello stesso modo.
Quello che viene accettato su una piattaforma può essere respinto su un’altra.
Un determinato fetish può essere considerato perfettamente pubblicabile da un sito e troppo rischioso da un altro.
La stessa scena può ricevere interpretazioni completamente differenti a seconda del team di compliance che la guarda.
Questo significa che per un produttore non esiste neppure un confine unico da imparare.
Non puoi semplicemente dire:
“Questa è la regola, quindi so cosa posso girare.”
Devi sapere cosa permette quella piattaforma, come interpreta la regola, quanto è prudente il suo team di moderazione e, qualche volta, persino come quella stessa piattaforma interpreterà la propria regola quel giorno.
Ed è qui che la situazione può diventare grottesca.
Quando il buon senso viene sostituito dal “rischio zero”
Negli ultimi anni mi sono trovato davanti a situazioni che, raccontate fuori da questo settore, sembrano quasi inventate.
Una ripresa in esterno.
Passa sullo sfondo una persona in motorino, ripresa da dietro, con il casco.
La richiesta diventa: liberatoria di quella persona.
Naturalmente io non so chi sia.
È una persona che è passata casualmente per strada per pochi secondi e che non sta partecipando al video in alcun modo.
Ma se la policy richiede che chiunque appaia sia identificabile come consenziente, il moderatore tende a scegliere l’opzione più sicura:
bloccare il video.
Mi è capitato anche di avere un gatto che dormiva tranquillamente su una sedia in veranda sullo sfondo di una scena.
Il gatto non partecipava alla scena.
Non succedeva nulla con il gatto.
Era semplicemente lì.
Video problematico.
Lo stesso vale per il sangue finto.
Una modella simula una piccola ferita a un dito del piede.
Una goccia di sangue scenico che, in qualsiasi film o serie televisiva, sarebbe considerata assolutamente banale può trasformare un fetish video in contenuto non accettabile.
Oppure il solletico.
La modella ride e, nel gioco della scena, esclama:
“No, no, basta!”
Una frase perfettamente naturale durante una scena di solletico consensuale può diventare problematica perché, letta letteralmente e fuori dal contesto, sembra una revoca del consenso.
Da produttore capisco perfettamente perché una piattaforma voglia essere estremamente prudente sul consenso.
Ma a un certo punto dobbiamo anche chiederci se sia ancora possibile rappresentare una fantasia.
Perché nella fiction le persone interpretano ruoli.
Una persona può dire “no” all’interno di un copione senza che la performer reale stia revocando il proprio consenso alla produzione della scena.
Un personaggio può ferirsi senza che la performer sia realmente ferita.
Una persona può essere “rapita” in un roleplay senza essere stata realmente sequestrata.
Se ogni rappresentazione deve essere interpretata letteralmente, il concetto stesso di fiction comincia a diventare difficile.
Una regola prudente può diventare molto più censoria nell’interpretazione
Questo è uno degli aspetti che trovo più frustranti.
La regola originaria può persino avere una logica.
Bisogna proteggere il consenso.
Bisogna evitare persone non autorizzate.
Bisogna impedire violenza reale.
Perfetto.
Ma poi quella regola deve essere tradotta in una decisione concreta da qualcuno che guarda il video.
E se l’obiettivo primario di quel qualcuno è ridurre il rischio della piattaforma il più vicino possibile allo zero, l’interpretazione tenderà inevitabilmente a essere sempre più restrittiva.
Non chiedersi:
“Questa scena è realmente non consensuale?”
Ma:
“Qualcuno potrebbe interpretarla come non consensuale?”
Non:
“Questa persona sullo sfondo partecipa alla scena?”
Ma:
“Esiste una persona sullo sfondo della quale non abbiamo documentazione?”
È una differenza enorme.
E spiega perché norme già molto prudenti possano diventare ancora più restrittive una volta trasformate in moderazione quotidiana.
La burocrazia che prima non vedevamo
Per un piccolo produttore tutto questo arriva direttamente sul tavolo di lavoro.
Oggi piattaforme come Clips4Sale richiedono documenti di identità e liberatorie delle performer e verificano direttamente quella documentazione.
E intendiamoci: verificare che tutte le persone presenti siano adulte e consenzienti è assolutamente corretto.
Io questi documenti li ho sempre raccolti.
La differenza è la quantità di controllo amministrativo che oggi si è aggiunta.
Una liberatoria compilata male.
Un indirizzo che non coincide.
Una verifica che non passa.
Un documento che deve essere sostituito.
Una piattaforma che una volta doveva principalmente distribuire video oggi deve comportarsi anche come un ufficio compliance.
E il produttore deve comportarsi sempre di più come un archivista.
La regolamentazione privata senza Parlamento
C’è poi una questione che secondo me merita molta più attenzione di quella che riceve.
Quando uno Stato decide di rendere illegale qualcosa, esiste almeno un processo pubblico.
Una legge.
Un Parlamento.
Un testo che può essere letto e criticato.
Tribunali.
Possibilità di ricorso.
Quando invece un grande circuito finanziario decide che una categoria di contenuti rappresenta un rischio troppo elevato, la conseguenza può essere quasi altrettanto forte senza che nessuno abbia mai votato quella decisione.
Naturalmente Mastercard, Visa o una banca sono aziende private e hanno il diritto di stabilire con chi vogliono lavorare.
Ma esiste anche un’altra realtà:
quando pochissimi intermediari controllano una percentuale enorme dei pagamenti online, le loro policy private finiscono per avere effetti quasi regolatori.
Non devono vietare formalmente un contenuto.
Basta renderlo troppo rischioso da monetizzare.
Il porno è legale. Ma finanziariamente rimane “high risk”
Milioni di persone consumano pornografia.
Le più grandi piattaforme adult generano volumi enormi di traffico.
Eppure chi lavora nel settore continua spesso a essere trattato dal sistema finanziario come appartenente a una categoria eccezionalmente problematica.
Controlli aggiuntivi.
Intermediari specializzati.
Procedure particolari.
Banche o servizi di pagamento che decidono semplicemente che il settore non vale il rischio.
Il problema non è soltanto economico.
È culturale.
Tutti sanno che la pornografia esiste.
Molti la utilizzano.
Pochissimi vogliono però essere pubblicamente associati ad essa.
E questa ipocrisia ha conseguenze molto concrete per chi deve semplicemente incassare il pagamento di un prodotto perfettamente legale.
Poi è arrivata l’age verification
Proteggere i minori dalla pornografia è un obiettivo legittimo.
Direi persino ovvio.
La domanda difficile è come.
Nel Regno Unito sono stati introdotti sistemi obbligatori di verifica dell’età.
Anche in Italia sono entrati in vigore obblighi analoghi.
È importante precisare una cosa: il sistema italiano previsto da AGCOM è stato progettato proprio per ridurre i rischi per la privacy, attraverso un meccanismo di doppio anonimato.
Quindi non è corretto dire che il sito pornografico riceva necessariamente il documento o l’identità completa dell’utente.
Ma rimane un dato fondamentale:
è stata introdotta una nuova barriera tra un adulto e un contenuto che quell’adulto ha legalmente diritto di vedere.
Una legge per tutti, ma non tutti la sentono allo stesso modo
C’è poi un paradosso che, dal punto di vista di chi lavora nel settore, è difficile ignorare.
Le regole sulla verifica dell’età dovrebbero valere per tutti.
E formalmente è così.
Ma tra l’esistenza di una legge e la sua applicazione effettiva può esserci una distanza enorme.
Nel marzo 2026 la Commissione europea ha contestato preliminarmente a Pornhub e ad altri grandi siti di non aver adottato misure sufficientemente efficaci per impedire ai minori di accedere ai loro contenuti.
Nel settembre 2026 Ofcom ha aperto un’indagine specifica sul sistema di age assurance utilizzato da Pornhub nel Regno Unito.
Quindi non stiamo parlando di una piattaforma dimenticata dal legislatore.
Stiamo parlando del sito pornografico più conosciuto al mondo che, mesi dopo l’introduzione di nuove regole molto severe, è ancora oggetto di procedimenti per stabilire se e come quelle regole siano state applicate correttamente.
Per l’utente comune questo può produrre un effetto paradossale.
Visita un sito più piccolo e incontra immediatamente una procedura di verifica dell’età.
Va sul grande colosso che conosce da anni e l’esperienza può essere molto diversa.
E allora viene spontanea una domanda:
che senso ha imporre una barriera pesante all’intero settore se quella barriera non viene applicata con la stessa velocità e la stessa efficacia proprio ai soggetti che concentrano una parte enorme del traffico?
Non è necessariamente malafede.
I grandi procedimenti regolatori richiedono tempo.
Esistono verifiche tecniche, ricorsi, diritto di difesa e aziende multinazionali con strutture legali enormemente più complesse di quelle di un piccolo produttore.
Ma il risultato pratico può essere profondamente sbilanciato.
Il piccolo operatore tende ad adeguarsi immediatamente perché non può permettersi una contestazione, una sospensione dei pagamenti o un blocco.
Il gigante può attraversare mesi di procedimenti mentre continua a operare.
Più sei piccolo, più il costo della compliance si sente subito.
Il paradosso della compliance
E qui emerge qualcosa di ancora più strano.
Il produttore serio, identificabile, con documentazione, liberatorie, pagamenti tracciabili e rapporti stabili con le piattaforme è esattamente quello più facile da controllare.
È lì.
Ha un account.
Ha documenti.
Ha soldi che possono essere bloccati.
Ha un business che non può permettersi di perdere.
Un operatore offshore, anonimo o semplicemente disposto a cambiare continuamente dominio e intermediario è molto più difficile da raggiungere.
Il rischio, quindi, è che aumentando continuamente il peso della compliance si renda la vita sempre più difficile soprattutto alla parte del settore che già cerca di rispettare le regole.
Mentre quella meno regolata continua semplicemente a spostarsi.
Più ostacoli al mercato regolamentato possono spingere verso quello meno regolamentato
Questo è un altro effetto collaterale che bisognerebbe considerare.
Se il sito conosciuto e conforme alle normative richiede verifiche, account e procedure aggiuntive mentre un altro sito meno regolamentato permette di entrare immediatamente, una parte degli utenti sceglierà inevitabilmente la strada più facile.
Non significa che dobbiamo rinunciare a proteggere i minori.
Significa chiedersi se il sistema scelto raggiunga davvero l’obiettivo oppure sposti semplicemente il traffico altrove.
Una regolamentazione efficace dovrebbe rendere più sicuro il mercato regolamentato.
Non rendere più competitivo quello che riesce a sottrarsi alla regolamentazione.
Il problema della privacy non sparisce perché il sistema è ben progettato
Questo settore ha una caratteristica particolare.
Le preferenze sessuali sono informazioni estremamente private.
Una persona può essere perfettamente disposta a spendere denaro per un determinato fetish e contemporaneamente non avere nessuna intenzione di creare un collegamento più forte del necessario tra la propria identità e quel consumo.
Non perché stia facendo qualcosa di illegale.
Perché è una cosa privata.
Lo stesso vale per i pagamenti.
Il fatto che una transazione sia perfettamente lecita non significa che il cliente desideri lasciare in giro più informazioni di quelle strettamente necessarie sul proprio consumo sessuale.
In questo settore la privacy non è un dettaglio.
È parte del prodotto.
6 novembre 2026: l’Inghilterra fa un altro passo
Dal 6 novembre 2026, in Inghilterra e Galles sono entrate in vigore nuove fattispecie penali relative alla pornografia.
È diventato reato possedere o pubblicare determinate immagini pornografiche che rappresentino in modo esplicito e realistico strangolamento o soffocamento.
La normativa riguarda inoltre determinate rappresentazioni di attività sessuale tra persone che appaiono essere parenti o fingono di esserlo, e materiale nel quale almeno una persona appare o finge di essere minore di sedici anni.
Il Governo britannico sostiene che queste misure siano necessarie perché alcune rappresentazioni pornografiche possono normalizzare comportamenti pericolosi o illegali nella vita reale.
È una posizione che merita di essere presa seriamente.
Lo strangolamento, per esempio, comporta rischi medici reali.
Il problema è un altro:
quanto deve essere forte il nesso dimostrato tra la rappresentazione di una fantasia e un danno reale prima che lo Stato renda illegale persino possederne l’immagine?
Il principio di precauzione può allargarsi all’infinito
Ed è qui che vedo il rischio maggiore per il fetish.
Ogni singolo divieto può avere una spiegazione apparentemente ragionevole.
Prima elimini ciò che è illegale.
Poi ciò che può sembrare non consensuale.
Poi ciò che potrebbe essere pericoloso.
Poi ciò che qualcuno potrebbe imitare.
Poi ciò che una banca considera reputazionalmente rischioso.
Poi ciò che una piattaforma teme che un moderatore possa interpretare male.
E ogni volta il confine si sposta un po’.
Il problema emerge dalla somma.
Perché alla fine ciò che rimane non è necessariamente ciò che è legale e consensuale.
È ciò che nessuno può interpretare male.
E queste due cose non sono affatto la stessa cosa.
Per chi produce custom, la censura comincia prima ancora di accendere la telecamera
Per chi, come me, lavora soprattutto con video su commissione, tutto questo ha poi una conseguenza molto concreta.
Quando ricevo una nuova richiesta non devo più chiedermi soltanto:
“Possiamo realizzare questa fantasia?”
Devo chiedermi anche:
“Dopo averla realizzata, potrò pubblicarla?”
Ed è una differenza enorme.
Perché ormai esistono fantasie perfettamente innocenti, legali e consensuali alle quali sono costretto a dire di no, oppure che devo modificare profondamente, semplicemente perché rischiano di entrare in conflitto con le policy delle piattaforme sulle quali quel video dovrà poi essere distribuito.
Una scena girata in esterno può diventare problematica perché potrebbe comparire casualmente qualcuno sullo sfondo.
Una scena che prevede bondage o un bavaglio deve essere costruita prestando enorme attenzione a posizione, modalità, linguaggio e atteggiamento della performer, perché qualsiasi elemento ambiguo può essere interpretato come assenza di consenso.
Persino una battuta pronunciata all’interno del roleplay può cambiare completamente il modo in cui un moderatore interpreta la scena.
Lo stesso vale per gli oggetti.
Le policy sulle armi possono essere talmente ampie o prudenti da rendere problematici non soltanto pistole o coltelli, ma anche oggetti che, in un normale contesto narrativo, non verrebbero percepiti affatto come “armi”.
In una scena medical, per esempio, anche mostrare un paio di forbici può diventare qualcosa da valutare con cautela.
Ed è qui che il problema smette di essere teorico.
Perché prima ancora di accettare un custom devo passare mentalmente attraverso una checklist:
È consentito su Clips4Sale?
È consentito sulle altre piattaforme che utilizzo?
Potrebbe essere interpretato come non consensuale?
C’è qualche oggetto che potrebbe essere classificato come arma?
Possiamo girarlo all’aperto?
Possiamo simulare quella ferita?
Possiamo usare quel tipo di immobilizzazione?
Quello che il cliente ha scritto nel dialogo può creare un problema di consenso?
Il filtro della piattaforma entra così nella fase creativa ancora prima che il video esista.
E se non posso rivenderlo, cambia completamente anche il prezzo
C’è poi una conseguenza economica che il cliente spesso non vede.
Il prezzo di un video custom non dipende soltanto dal tempo necessario per girarlo.
Una parte del modello economico consiste nel poter eventualmente inserire quel video nel catalogo e continuare a venderlo in futuro.
Questo permette di distribuire il costo della produzione su più vendite.
Se invece la richiesta contiene elementi che rendono il video non pubblicabile sulle piattaforme che utilizziamo, quella possibilità scompare.
A quel punto quel video diventa, di fatto, una produzione destinata esclusivamente al cliente che l’ha commissionata.
E allora il prezzo deve inevitabilmente cambiare.
Non è una punizione.
È matematica.
Se normalmente una parte del costo può essere recuperata attraverso le vendite successive e improvvisamente quelle vendite non possono esistere, quel margine deve essere coperto dal committente iniziale.
Una fantasia che costa 200 euro quando può essere distribuita potrebbe quindi costarne molti di più quando diventa non rivendibile.
Ed è un effetto indiretto della censura che raramente viene considerato.
Limitare ciò che può essere pubblicato non riduce soltanto la libertà creativa. Aumenta anche il costo delle fantasie più particolari.
Il fetish rischia di diventare tutto uguale
Il fetish nasce precisamente dalla diversità.
La cosa interessante non è vedere sempre lo stesso rapporto sessuale.
È vedere fantasie insolite, giochi di ruolo, situazioni strane, dinamiche specifiche e ossessioni estremamente particolari.
È una nicchia fatta di nicchie.
Ma se ogni anno aumenta il numero di cose che non puoi mostrare, non puoi simulare, non puoi nominare, non puoi girare in un determinato luogo o non puoi monetizzare, il risultato inevitabile è un progressivo appiattimento.
Le piattaforme tenderanno a privilegiare ciò che comporta meno rischio.
I produttori faranno lo stesso.
Non perché sia artisticamente migliore.
Perché è più semplice da approvare.
Il fetish nasce dalla diversità. Una regolamentazione costruita per eliminare ogni ambiguità rischia inevitabilmente di eliminare anche una parte di quella diversità.
La libertà di espressione si misura sulle cose che non ci piacciono
Ed è forse questo il punto più importante.
Difendere il diritto di pubblicare qualcosa che tutti considerano bello, intelligente e moralmente accettabile è facilissimo.
Non costa nulla.
Il vero test della libertà di espressione arriva quando ciò che viene espresso è qualcosa che molte persone considerano volgare, sgradevole, immorale o semplicemente strano.
Questo non significa che qualsiasi contenuto debba essere ammesso su qualsiasi piattaforma.
Non significa che non debbano esistere limiti.
Significa chiedersi:
chi decide il confine?
Sulla base di quali prove?
E con quale possibilità di contestare quella decisione?
La questione non è “porno sì o porno no”
Ridurre questa discussione a una battaglia tra chi è a favore e chi è contro la pornografia sarebbe un errore.
Le domande interessanti sono altre.
Quanto potere vogliamo affidare a intermediari privati nel decidere quali contenuti legali siano economicamente sostenibili?
Quanto deve essere ampia una legge pensata per prevenire un danno?
Quanto siamo disposti a complicare l’accesso di milioni di adulti a materiale legale per impedire l’accesso ai minori?
Quanto possiamo affidare a moderatori e piattaforme il compito di distinguere tra una fantasia e un atto reale?
E quando una pratica sessuale consensuale diventa controversa, la risposta corretta è informare sui rischi oppure vietarne anche la rappresentazione?
Non sono domande semplici.
E proprio per questo non dovrebbero essere risolte con automatismi.
Stiamo tornando indietro?
Chi lavora oggi nell’adult ha la sensazione di trovarsi in un momento particolarmente strano.
Da una parte la sessualità sembra essere ovunque.
Dall’altra diventa sempre più difficile parlare, mostrare e soprattutto monetizzare alcune sue forme senza attraversare un labirinto di regole, verifiche e divieti.
Può darsi che parte di questa evoluzione fosse necessaria.
Sicuramente alcune delle protezioni introdotte negli ultimi anni hanno corretto problemi reali che il settore aveva ignorato troppo a lungo.
Ma questo non significa che qualsiasi nuova restrizione sia automaticamente giusta soltanto perché riguarda la pornografia.
È proprio quando qualcosa è impopolare da difendere che bisogna stare particolarmente attenti.
Perché oggi la questione riguarda una fantasia sessuale che qualcuno considera troppo strana.
Domani il principio utilizzato per vietarla potrebbe riguardare qualcosa che interessa molto di più a chi oggi non vede alcun problema.
Da produttore, non so dove porterà questa direzione.
Forse il settore troverà nuovi equilibri.
Forse alcune regole verranno corrette quando diventeranno evidenti i loro effetti collaterali.
Forse ci abitueremo semplicemente a lavorare con sempre più burocrazia e sempre meno libertà creativa.
Solo il tempo lo dirà.
Ma una cosa mi sembra già evidente:
mai come oggi produrre legalmente contenuti per adulti significa dover continuamente dimostrare di non essere qualcosa di illegale.
